La coppa maledetta – II parte

Riassunto della puntata precedente: Alessandro e Roberto sono due amici così diversi, ma accomunati da una vera grande passione: la Juventus. Quando la loro squadra del cuore va in finale di Coppa dei Campioni, i due comprano i biglietti e si preparano a partire alla volta di Bruxelles…

Il suono del telefono mi sveglia… stavo sognando la coppa… La sbornia di ieri sera non fatica a farsi sentire. Mia madre entra in camera, io mi giro per guardarla, insonnolito e ancora sconvolto per il mal di testa; la mia faccia le fa storcere il naso. Mi dice di rispondere al telefono, è Roberto, ma io le dico di dirgli che sto dormendo. Quando lascia la stanza il cuore inizia a battermi forte. Sono teso. Sento l’ansia salire. Alice ha parlato? Cos’è che vuole dirmi?

Esito un istante, poi mi decido ad affrontarlo. Velocemente alzo la cornetta sperando che non abbia già attaccato. «Pronto…» niente. Sento il bip del telefono. Abbasso la cornetta e mi siedo sul letto. Fisso il telefono per qualche secondo. Che devo fare? Lo chiamo? Cerco di evitarlo? E come faccio? C’è la partita domani.

Alzo di nuovo la cornetta. Inizio a digitare il numero. Arrivato al quarto mi blocco di colpo. Perdo il controllo: prendo il telefono e lo scaravento a terra. Velocemente mi vesto ed esco dalla camera. Attraverso deciso il corridoio, senza voltarmi neanche quando mia madre mi chiede dove stia andando. Sbatto il portone con violenza dietro le mie spalle e mi metto in macchina. Arrivo in pochi minuti sotto casa di Roberto. Sono così sconvolto che non potrei neanche dire che strada ho fatto.

Di corsa apro il piccolo cancello arrugginito che sta davanti casa e busso alla porta. È Roberto ad aprirmi, sorridendo. Io nervosamente ricambio il suo sorriso. Mi dice che mi ha chiamato perché ha una cosa per me. Io confuso lo seguo fino alla sua camera. Mi porge un regalo. Lo apro e il viso mi si illumina. “Cosa succede in città”, il nuovo album di Vasco. Inizio a piangere come un bambino. Ma non per il la cassetta. Piango per lui, piango per me stesso. Roberto inizia a sorridere. A tratti pensa che sia impazzito. Io mi siedo sul letto, devo riprendermi un attimo. “Almeno smetti di venirlo a sentire da me mentre studio!” mi dice. So che per lui è tanto. So che è una spesa costosa, ma che nessuna moneta può ripagarlo della soddisfazione di vedermi così. Se solo sapesse…

Vorrei parlare. Vorrei dirgli tutto quello che devo. Vorrei ridargli il regalo e ammettergli che non lo merito, non merito neanche un amico come lui. Ma non lo faccio, rimango in silenzio. Anche questa volta me la sono cavata: sembra che i pezzi di merda riescano sempre a farla franca e io ne sono la prova. Lo ringrazio, ma con una scusa scappo via. È troppo per me: devo riprendermi un attimo da questa valanga di emozioni che mi sta assalendo. Lo saluto, ci vedremo stasera.

Quando vado al bar, vedo Roberto insieme ad Alice. Lei mi vede da lontano. Basta un gesto. La sua mano che tira il braccio di Roberto e poi tocca la sua pancia. Probabilmente finge di sentirsi male, perché dopo un secondo si allontanano insieme. Vuole evitarmi e io le lascio fare, non ho il coraggio di far niente.

È mattina presto quando Roberto suona il campanello di casa. Io frettolosamente finisco di prepararmi, indosso la maglia numero 10 bianconera e con gli occhi ancora sfatti di sonno scendo le scale. Arrivato al piano di sotto, non trovo i miei genitori. Mio padre sarà già fuori per lavoro e mia madre starà ancora dormendo. Trovo solo i soldi sulla credenza. Li prendo ed esco fuori.

Apro lo sportello e vedo Roberto. Maglia numero 6 di capitan Scirea e il sorriso stampato in faccia. Finalmente è arrivato il giorno che tanto aspettavamo. Mi sento ancora in colpa, ma mi basta un suo sguardo e un suo sorriso per capire che andrà tutto bene. Oggi non devo pensarci, oggi devo concentrarmi solo sulla finale, solo sulla coppa.

Arrivati all’aeroporto, Beatrice ci raccomanda di stare attenti, bacia Roberto e con lo stesso affetto bacia anche me, come se fossi il suo secondo figlio. E forse è così.

L’aereo decolla e come noi tutte le altre persone a bordo hanno il nostro stesso sogno: vedere Scirea alzare quella coppa sempre sfuggita. L’atmosfera è gioiosa, intoniamo cori in onore dei nostri ragazzi. Dietro di noi ci sono anche due tifosi inglesi con le loro maglie rosse. Sono simpatici. Roberto sfoggia subito con loro il suo inglese. Cerca di rendere partecipe anche me, ma è inutile dire che io non capisca una parola.

Colgo l’occasione per alzarmi e vado in bagno. Mi ci vuole un po’ di coca per tirarmi su. Quando torno al mio posto Roberto parla ancora con gli inglesi. Al gruppetto si sono aggiunti anche due ragazzi juventini che avranno ad occhio e croce la nostra età. Roberto sembra a suo agio con tutti, è spensierato. Ma ora lo sono anche io. Andrà tutto bene.

Finalmente siamo a Bruxelles. Io e Roberto siamo frenetici. Non stiamo più nella pelle. Insieme a Luciano ed Antonio, i due ragazzi conosciuti sull’aereo, cerchiamo un mezzo per raggiungere lo stadio. Prendiamo tutti insieme un taxi. L’autista scende dall’auto e mette i nostri zaini nel bagagliaio. Saliti in macchina l’uomo ci mette subito a nostro agio. Sa parlare italiano e questo ci tranquillizza, anche perché di francese non capiamo una parola. Ho fatto male a cedere il posto accanto all’autista. Mi sento soffocare. Sudo freddo. La coca mi sta salendo. Per fortuna in pochi minuti arriviamo. Sono il primo a scendere e frettolosamente prendo il mio zaino dell’Invicta dal bagagliaio. Non ricordavo fosse così pesante. Mi unisco agli altri  e insieme saldiamo il conto in franchi belgi, lasciando pure la mancia. Ancora non siamo entrati nel meccanismo della moneta straniera. Quando il taxi riparte, facciamo il conto convertendo la cifra in Lire. Cazzo quanto abbiamo speso per un viaggio di pochi chilometri! Ma ora non conta. Adesso siamo proprio qui, davanti all’Heysel.

Lo spettacolo è meraviglioso. Centinaia di magliette rosse ci stanno davanti. “You’ll never walk alone” rimbomba nel cielo belga. Un cordone di poliziotti ci divide da loro. Vedo Luciano con una polaroid, sta immortalando la scena. Mi ci avvicino e gli chiedo di farmi una foto con Roberto. Roberto mi mette una mano intorno al collo. Mentre Luciano scatta la foto, ci voltiamo di scatto. Un forte botto ci ha fatto sobbalzare. Un gruppo di Hooligans sta lanciano bottiglie di birra vuote in direzione della polizia. Le forze dell’ordine reagiscono e iniziano a caricare contro di loro. Capiamo che quello non è il posto adatto. Ci spostiamo velocemente. Nella confusione, dovuta anche ai lacrimogeni lanciati, perdiamo di vista Luciano e Antonio. Allontanati, andiamo verso il nostro settore, il settore Z.

La fila davanti a noi è lunghissima, ma non importa, è un’attesa degna di essere vissuta. Tra pochi minuti saremo dentro. Noto negli occhi di Roberto la tensione per la partita. Sono felice di vederlo così. Se lo merita. Si fa il culo ogni giorno fra studio e lavoro. Ha fatto un sacco di sacrifici per essere qui.

Tra una chiacchiera e l’altra siamo arrivati vicinissimi ai cancelli. Apro la taschina dello zaino per prendere il biglietto. Non c’è. Noto sullo zaino una spilla dei Queen. Che cazzo ci fa lì? Mi hanno sempre fatto cagare. Lo apro e vedo cianfrusaglie che non mi appartengono. Per fortuna noto un biglietto che fuoriesce da una tasca interna. Lo prendo. Questo non è il mio biglietto però. Il settore non è lo stesso. Roberto nota la mia faccia stranita. Mi chiede cosa stia succedendo. Io a malincuore gli faccio notare che devo aver scambiato lo zaino nel taxi. Quando faccio vedere il biglietto all’entrata cerco di far capire all’uomo che è questo il settore dove devo andare. L’uomo non riesce a capirmi. C’è confusione ed io lo faccio soltanto innervosire. Roberto cerca di aiutarmi parlandogli in inglese, ma l’uomo sembra non capire o forse fa finta. Mi indica prepotentemente la direzione da prendere. Dovrei raggiungere il settore N che si trova dall’altra parte dello stadio. Io perdo la testa. È insieme a Roberto che voglio stare. L’uomo perde la pazienza e mi spinge nell’altra direzione. Mi volto verso Roberto; lui, con la sua solita calma, mi sorride. «Fa niente», mi dice con lo sguardo e mi urla di vederci dove ci ha lasciato il taxi alla fine della partita. Mi allontano, trasportato dalla folla, ma i miei occhi rimangono fissi a guardarlo. Ho una strana sensazione e una fitta allo stomaco mi arriva senza preavviso.

(fine seconda parte)

© Andrea Santoni, Rossella Inglese, Gianluca Nocenti

L’immagine è tratta da www.facebook.com/Associazione-fra-i-Familiari-delle-Vittime-dellHeysel-397222880446461

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